Archive for category Life

Date: May 7th, 2012
Cate: Books, Life, Photography, Thoughts
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[cicatrici] non è un nastro rosa

In questi tempi di dolori e riflessioni più o meno amare, fair weather friends vecchi e nuovi, la maledizione della buona memoria s’è manifestata  in forma construens riportando a galla il ricordo di  The Scar Project e delle sue immagini.

The Scar Project, because breast cancer is not a pink ribbon

The Scar Project Exhibition NYC

Non so perché mi sia tornato in mente proprio ora.
Forse perché per qualche tempo mi sono svegliata nel mezzo della notte dopo aver sognato d’avere una zip al posto delle sise.
Forse perché la zip me la son ritrovata (ma in pancia, e anzi per ora son solo bottoni automatici).
Forse perché se provavo a parlare delle mie preoccupazioni c’era chi rispondeva “te le rifanno più belle di prima”, a dimostrazione che non c’è limite all’umana idiozia (come se poi ci fosse bisogno di ulteriori prove).

Forse perché The Scar Project è un progetto fotografico che ha qualcosa da dire, e la dice bene, e non è facile:

The Scar Project exhibition, NYC

Forse perché ho bisogno di coraggio, chissà.

Ziyah Gafic al Marina Café Noir

In occasione dell’edizione 2011 di Marina Café Noir ho potuto ammirare in stampa, insieme al magnifico reportage di Uliano Lucas sulla Bosnia e la guerra dei Balcani, il commovente lavoro di Ziyah Gafic intitolato Quest for Identity.

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Ora, non sono certo in grado di rendere il meritato tributo a un fotografo giustamente celebratissimo come Ziyah Gafic, però ci sono alcuni aspetti di Quest for ID in particolare che me lo rendono profondamente caro.
Il perché mi è caro necessita, per essere spiegato, di una premessa, premessa che raccontavo proprio ieri alla cara Silvana di fronte ad una foto di Uliano Lucas sulla Bosnia (foto che ritraeva un bimbo bendato, sofferente e intubato in un letto d’ospedale durante la guerra dei Balcani): c’è un aspetto che mi disturba nei reportage di guerra, soprattutto quando si tratta di ritrarre morti, feriti, profughi che fuggono, ed è un aspetto che mise magistralmente in luce Ettore Mo durante una puntata di Damasco di alcuni anni fa.
Ettore Mo parlava di come, durante un suo reportage in estremo oriente, si trovasse su una portaerei italiana per raccontare della missione umanitaria italiana del 1979 al largo del Vietnam, la tragedia dei boat people. Mentre si trovava sulla portaerei scriveva, da ottimo corrispondente quale è, e fotografava. Fotografava le barche, fotografava l’umanità stremata affastellata sulle lamiere roventi, cercava l’inquadratura dentro al buio del mirino.
Sinché s’è reso conto di quello che succedeva. Del cercare la geometria e la composizione ideale di fronte ai corpi, di fronte al dolore, di fronte a chi ha bisogno, qui ed ora, di acqua, di cibo, di medicazioni.
E, nel momento in cui ha acquisito questa consapevolezza, raccontava di non esser più riuscito a prendere in mano una macchina fotografica per decenni.

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Racconto questo perché Quest for ID riesce, in una maniera perfetta e profondamente toccante, a raccontare la tragedia della guerra dei Balcani senza mostrare corpi straziati, senza le lacrime, il sangue, le macerie e le rovine, la tragedia nella tragedia degli scomparsi nel nulla delle fosse comuni degli eccidi di Milosevic. Eppure è una coltellata dritta al centro del torace.

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

L’acciaio graffiato del tavolo da autopsie fa da sfondo e appoggio agli oggetti rinvenuti nelle fosse comuni, la luce pare quella senz’ombra, fredda e però salvifica, della scialitica. L’ego invadente che caratterizza certa fotografia scompare, la medio formato inquadra i colori e le forme di oggetti quotidiani -occhiali, pistole rugginose, coltelli svizzeri, ritagli di giornale, bulbi oculari, a domandare a chi è sopravvissuto d’essere riuniti a un nome, a una storia, riportati ai propri cari.
Della vita che continua ad accadere anche durante la tragedia, coi suoi spazzolini da denti e cucchiaini e pròtesi e quadernetti e polaroid, amabili resti delle vite negate, ammucchiate e coperte di terra, reperti autoptici involontari.

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Ziyah Gafic, Quest for Identity, Marina Café Noir 2011, Cagliari

Non c’è l’odore di sporco, di sangue, l’odore che mi chiedo sempre come si faccia a sopportare mentre fai un reportage di guerra. Non c’è la polvere, il fango e nemmeno la terra che avvolgeva cadaveri e possessi. E però tu sai che ci sono mentre guardi le le immagini, e ti domandi perché, com’è stato possibile, e intravedi la vita, il desiderio profondo di andare avanti, di sperare, il desiderio di un po’ di bellezza nonostante i cecchini, nonostante le bombe, tentativo di ridare dignità all’umanità nonostante l’ennesima guerra.
L’essenza del lavoro fotografico di Ziyah Gafic.
Per vedere tutte le foto della prima microtranche di Quest for ID c’è questa gallery, mentre altri interessanti lavori (tra i tanti) sono su Lens Blog, il blog fotografico del New York Times e sul sito del Telegraph.

Date: June 12th, 2011
Cate: Life
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#iohovotato

la sottoscrizione che mio nonno fece per la Costituente


e mio nonno sarebbe orgoglioso di me.
Un po’ meno orgoglioso del resto d’Italia di sicuro lo sarebbe, ma da buon progressista di sinistra direbbe che forse è il momento di rimboccarsi le maniche un po’ tutti quanti.